Guido si era comportato come se fosse alle prese con un problema tecnico, in fondo era così, no? Disfarsi di un cadavere senza lasciare tracce, allontanare i sospetti, creare l’illusione di una fuga volontaria: in fondo era fattibile.
Fattibile, ho detto proprio così, ricordò, come quando parlo a un cliente. Far sparire un uomo, tutto sommato, è fattibile. E Dalia non si era ribellata, non aveva mai detto, che so, è mio marito questo qui, che abbiamo ammazzato in casa sua, voglio che almeno abbia un funerale, un posto col suo nome sopra, ora andiamo alla polizia e sia quel che deve essere. Che poi io non volevo certo ucciderlo, gli ho solo dato un pugno… e invece lei… ma era ancora lei, Dalia?

Mezz’ora dopo aver fatto il suo ingresso nella villa Arturo si trovava nell’armadio della camera da letto, strettamente avvolto nel tappeto insanguinato, mentre Guido, indossati i guanti che per fortuna aveva trovato in un cassetto della cucina, cercava qualcosa di pesante.
“Forse non dovevamo metterlo nell’armadio, dovevamo lasciarlo là, per terra, simulare una rapina…

“È tardi ormai, e poi la polizia non ci crederebbe, dobbiamo farlo sparire…nel lago…di sotto… di sotto c’è la sua palestra. I pesi. Ci sono i pesi”.

La voce di Dalia era opaca e monocorde, ma l’idea era buona. Fretta non ce n’era: bisognava comunque aspettare la notte.

Erano le tre e dieci di notte, per l’esattezza, quando avevano caricato Arturo sul sedile posteriore della sua auto e avevano percorso il breve tratto fino a un punto deserto della costiera.  Sporgendosi dal guard-rail si era direttamente a picco sull’acqua. I quaranta chili di zavorra aggiunti al peso di Arturo avevano fatto il resto: in un attimo, la superficie dell’acqua sotto la luce della lampada di emergenza era di nuovo immobile come se nulla l’avesse disturbata da secoli. Erano tornati in fretta alla villa, lui taciturno, lei che tremava febbrilmente.

Le ore fino all’alba erano state silenziose e terribili. Guido avrebbe voluto pensare alla morte di Arturo come a una disgrazia, qualcosa di non voluto, eppure la ferocia con cui Dalia si era accanita sul marito tingeva quella disgrazia dell’orrore dell’assassinio. Per sentirne meno il peso, Guido si era messo a scrivere tutto quello che avrebbero dovuto fare, una volta giunto il mattino; una trascuratezza poteva essere fatale. Dalia aveva finito per sederglisi accanto, commentando qua e là i suoi appunti, e la tensione si era un po’ allentata, era quasi come se stessero lavorando a un progetto comune.
L’alba era arrivata mentre finivano di cancellare le impronte di sangue. Dopo circa un’ora, lui era salito sull’auto di Arturo, dopo un abbraccio interminabile con Dalia.
“Ti amo” “Anch’io”, aveva mormorato lei, come se fosse l’unica possibile certezza. “Attento ai limiti di velocità”, gli aveva raccomandato mentre gli chiudeva lo sportello. Già. Non era il caso di farsi fermare dalla polizia.

La frontiera era a due passi, e Guido si era unito alla piccola carovana di auto che andavano a fare il pieno oltre confine. Il tempo di comprare la “vignetta” per l’autostrada, ovviamente in contanti, e pochi minuti dopo era giunto a Lugano, dove aveva deciso di lasciare l’auto al parcheggio della stazione ferroviaria. Forse sarebbe stato meglio arrivare fino a Bellinzona, dove erano gli uffici della casa farmaceutica per cui lavorava Arturo, ma non se la sentiva: le mani sul volante gli tremavano, e ogni volta che intravedeva un’auto della polizia gli sembrava che non gli staccassero gli occhi di dosso. In fondo, lasciare l’auto lì poteva far pensare che Arturo fosse partito spontaneamente per qualche motivo misterioso.

Il cellulare di Arturo, che Guido aveva lasciato nel cruscotto, avrebbe fatto pensare che il fuggitivo lo avesse abbandonato per non rischiare di essere rintracciato dalla Polizia. Niente vietava che Arturo ne avesse un altro, magari svizzero.
Alla macchina distributrice della stazione, Guido aveva comprato due biglietti: uno, il suo, per Milano. L’altro, con la carta di credito di Arturo conservata per quello scopo, per Berna. In un bar periferico di Milano, con Dalia, avevano poi ripercorso più volte ogni gesto di quella mattina, fino a convincersi di non aver commesso errori.

“No, ci ho ripensato mille volte, errori non ne abbiamo fatti. In macchina ho tenuto sempre i guanti, la carta di credito l’ho fatta a pezzi insieme al talloncino del parcheggio, a Milano per tornare a casa ho preso la metropolitana, in mezzo a mille persone che non avevano idea…”. Il giorno dopo era rimasto in casa, aveva preso qualcosa per dormire. Con Dalia comunicavano via chat, niente telefonate o sms. In faccia, l’aveva vista un paio di volte dalla webcam e faceva quasi fatica a riconoscerla, ma aveva un terribile desiderio di vederla davvero, di abbracciarla. Ma non era possibile.

E adesso, quei racconti. Penitenziagite! Fate penitenza.
Certo, lui e Dalia avevano un buon motivo per fare penitenza; erano in una situazione da tragedia greca, autori di un delitto sconosciuto se non agli Dèi… ma chi intendeva imporgliela, la penitenza? Chi c’era dietro agli pseudonimi degli autori dei racconti? O forse, pensò, era una sola persona che usava molti nomi, un maniaco della redenzione dei peccatori, un fustigatore di colpevoli impenitenti… oppure qualche vecchio nemico? E lui sì, ce l’aveva, un vecchio nemico.

 

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