Carlo, avrei dovuto capire subito… Carlo…

Dalia chiude la porta dietro sé e rimane aggrappata alla maniglia, vorrebbe avvicinarsi alla finestra per guardare i due poliziotti che se ne vanno ma non può, è come impietrita. Sente il rombo del motore dell’auto che si allontana e solo allora riesce a muoversi, appoggiandosi al muro arriva fino al divano e lì si lascia cadere. Forse sanno, ma cosa sanno? Carlo… non può che esserci lui dietro tutta quella storia. Carlo.

Dalia apre il pc, ma già sente che troverà solo conferma dei suoi sospetti. E infatti, l’ultimo racconto pubblicato su Penitenziagite, la storia della cam girl, le dà i brividi. Non può essere che lui, solo lui sa.

Dalia torna indietro con la memoria di alcuni anni, ripensa alla sua storia con Carlo. Torna a quando era una studentessa di lettere, pochi soldi, il lavoro serale da cameriera, il padre che le diceva sempre vai in fabbrica, che tanto la laurea non serve a niente. Quell’idea che le era venuta guardando un film, di spogliarsi davanti alla cam, in garage, mentre i suoi dormivano. In fondo non c’era nulla di male. Solo che lei non si faceva chiamare Calypso, come nel racconto su Penitenziagite, ma Remedios, come la bella di Cent’anni di solitudine che viene assunta in cielo. I riferimenti letterari le erano sempre piaciuti. Chissà perché Carlo le aveva cambiato il nome, forse per fare la battuta sui porci, chissà. Carlo non mentiva quasi mai, ma per costruirsi una buona battuta avrebbe potuto farlo, era nel suo stile.

Lui invece si faceva chiamare proprio così allora, Ulisse. Perchè? Perchè sono sempre in viaggio, diceva. Era un programmatore informatico, e nelle sere solitarie in trasferta non aveva trovato di meglio che cercare compagnia virtuale. Sempre con lei, una sera dopo l’altra. Perchè lo fai? Ti servono soldi? Una ragazza intelligente come te non dovrebbe buttarsi via così. Carlo bravo ragazzo. Carlo moralista. Carlo che la voleva salvare. Carlo che la voleva comprare. Vorrei che mi mostrassi il viso. Eh, ma quello costa caro. Pagherò per vedere i tuoi occhi. Sono la parte più intima. Hai la faccia da brava ragazza. Lo ero allora, pensa Dalia. Non ero ancora un’assassina. Chissà se invece lo ero già. Chissà se siamo da subito tutto quel che saremo.

Vorrei incontrarti, ma non pensare male. Non voglio solo quello. Voglio conoscerti. Carlo ipocrita. Carlo come tutti gli altri. Ma gli altri non aveva mai accettato di incontrarli dal vivo, lui sì, chissà perché. Le ispirava fiducia. Fiducia di poterla amare. Fiducia di poterlo usare. Si danno appuntamento in un bar di Milano, lei con un’auto presa in prestito da un’amica, un abito lungo a fiori, stretto in vita, comprato al mercato per due soldi ma che sul suo corpo ne dimostrava molti di più. Lui di ritorno da una delle tante trasferte. Lui la guarda. La trova ancora più bella di quanto si aspettasse. Lei lo guarda. Non è né bello né brutto, né alto né basso. Ha gli occhi intelligenti, vivacissimi dietro gli occhiali. Lei si sente amata, si sente forte. Decide che sì, va bene. Può stare con lui. È l’opzione migliore che ha in quel momento. Fanno l’amore. E Carlo si innamora davvero, le offre il sentimento più bello e puro che si possa immaginare. Non fare più quelle cose in cam. Penso io a te. Finisci di studiare, ti pago io le tasse. Ti aiuto io e non mi devi niente. Carlo generoso. Carlo intelligente. Carlo ragazzo perfetto.

Dalia lascia la casa dei suoi senza dare troppe spiegazioni, va a vivere con lui a Milano, anche se lo vede poco, lui è sempre in trasferta, ogni tanto le invia un biglietto aereo per raggiungerlo, a Londra, Parigi, Vienna. Una vita allegra. Una vita migliore. Anche Carlo è più allegro e interessante di quel che poteva sembrare. Dalia finisce gli esami, si laurea, corregge per un po’ le bozze in una casa editrice, poi inizia a lavorare da segretaria di direzione in una grande azienda, la Pharmacras.

Passa qualche anno e una sera Carlo arriva a casa su di giri, con una bottiglia di champagne. Ho avuto una promozione, niente più trasferte, voglio sposarti! È felice, la abbraccia. Non si accorge che lei subisce il suo abbraccio senza ricambiarlo, tiene le braccia ferme lungo i fianchi e trattiene il respiro. Proprio la sera prima Dalia é uscita per la prima volta a cena con il suo capo, Arturo Freddi.  Sapeva da tempo di piacergli, ma si era fatta desiderare. Qualche giorno dopo, mentre Carlo è al lavoro, Dalia fa le valigie. Gli lascia un biglietto. Perdonami. Carlo solido, forte, equilibrato, impazzisce. Ma non impazzisce di fuori, impazzisce di dentro.

Non urla, non accusa, non offende. Semplicemente si fa trovare, ogni giorno, davanti alla grande villa di Arturo quando lei sta per uscire, o alla Pharmacras quando sta per entrare, o di nuovo la sera davanti alla villa, o altrove. Non dice niente, soltanto si fa vedere, e la guarda. Dalia ha paura, sfugge il suo sguardo, ancora fermo e pacato come sempre, pur nella follia del suo comportamento. Potrebbe parlare ad Arturo, dirgli che il suo ex la tormenta, chiedergli di aiutarla a liberarsene, ma non lo fa. Con il tempo si abitua alla presenza di Carlo, accetta di dovergli almeno questo.

Sa cosa lui si sta chiedendo: perché non le è bastato. Anche Carlo guadagna bene, anche con lui non le mancherebbe nulla. È bravissimo nel suo lavoro e destinato a una bella carriera. Ma gli manca quell’arroganza sottile, quel gusto del potere che ha Arturo e che le fa sentire l’adrenalina della rivincita.

Dalia sa perché Carlo ha iniziato quello strano gioco. Non per tormentarla, o almeno non solo. Soprattutto per essere certo che lei si ricordi di lui, che non lo dimentichi del tutto in breve tempo, come si fa con le persone mai amate davvero. Arriva il giorno del matrimonio con Arturo e Dalia intravede Carlo tra i mille invitati, proprio lì, nella villa dove avverrà l’omicidio. Non si domanda come abbia fatto ad avere l’invito, sa quanto è intelligente Carlo, quanto sa arrivare ovunque, se vuole. Poi continua a vederlo, per i due anni successivi, nei suoi appostamenti. A volte lei tiene gli occhi bassi, a volte scambiano un rapido sguardo.

Accade che Carlo non si faccia vedere per qualche giorno, massimo un paio di settimane, forse per qualche breve viaggio di lavoro, ma alla fine torna sempre, e Dalia sente la sua presenza, anche quando lui non c’è. Poi ad un certo punto Carlo non compare più. Passano due, tre, quattro settimane. Un mese, due mesi. Passano sei mesi e Carlo non c’è più. Dalia pensa che forse si è trasferito, forse si è rassegnato, forse ha trovato una nuova compagna. Si sente di nuovo libera e in quel momento conosce Guido.

Guido l’amore vero, il primo. Più forte della sicurezza di Carlo, più del carisma di Arturo. L’amore profondo che ti fa diventare quello che sei. Un’assassina nel suo caso, ma non importa. Ha ucciso, ma l’ha fatto per loro due, per il loro amore. Carlo non sarebbe d’accordo, Carlo diceva sempre che siamo responsabili di ogni nostra azione, che non dobbiamo cercare giustificazione negli altri per il male che facciamo. Ma finalmente Carlo non é più lì a farle da coscienza.

E invece no, c’é ancora. Non ha mai smesso di esserci. Di certo l’ha vista con Guido e questo l’ha reso definitivamente pazzo. Tradito di nuovo. E’ stato al lago, più volte, é riuscito a farsi ospitare dal loro vicino di casa. Ha usato il suo aspetto rassicurante, quasi dimesso, e la sua intelligenza fuori dal comune per costruire l’immensa ragnatela in cui la sta intrappolando.

Era lì la sera dell’omicidio, e forse anche la sera dopo, quando era andata a gettare l’arma nel lago. L’aveva spiata. E Penitenziagite era di certo opera sua. Pentitevi. Era Carlo, la sua coscienza. Sentiva la sua voce nella testa, ora. Non fare più quelle cose in cam. Tu sei una brava ragazza. No, non lo sono più. Ho ucciso. Posso farlo ancora. Devo rendermi insospettabile, sembrare una moglie più angosciata. Ora scrivo qualcosa sul blog e su Facebook, qualcosa per far capire che sono disperata per Arturo. E intanto devo andare da Carlo, parlargli, capire cosa sa. Metterlo a tacere, a qualsiasi costo. Guido non deve sapere nulla. Questa è una cosa che devo fare da sola.

 

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