“Tutto normale stanotte?”

“Tutto tranquillo. Il 310 è tornato alle due un po’ sbronzo, e i due russi della 415 volevano che gli trovassi compagnia, ma ho fatto finta di non capire. Per il resto niente”

“Ok, a posto. Va’ a far colazione, Gambadilegno”

Mi alzo con una smorfia che non è dovuta solo alla ferita. La protesi non è di legno, ma non è neanche una di quelle avveniristiche che fanno vedere in TV e poi costano centomila Euro. Quelli sensibili evitano di guardarla e di parlarne, quelli stronzi come Christian mi prendono per il culo, e forse non sono i peggiori.

Sono le sette e dieci, al banco c’è solo Mahmoud. Vive in Italia da molti più anni di me e fa un cappuccino da Dio, ma lo chiamano sempre Africa. Le brioche le evito perché le conosco; lui lo sa e mi passa uno dei suoi muffin, ne fa scorta dal fornaio in piazza prima di attaccare. Sono buoni, ma far colazione fuori tutte le mattine per me costerebbe troppo, e Mahmoud lo sa.

“A domani, Africa”

“A domani, Gambadilegno”

La gente si alza presto, qui nella pianura padana. Un sacco di gente che per lavoro fa il giro della provincia è già in macchina, e i bar sono pieni, sparano sui marciapiede profumo di caffè e paste. Anche la signora Emy è già lì che pulisce le scale, ma un reciproco grugnito è tutto il saluto che ci scambiamo. D’altronde le scale proprio non fanno per me: senza l’ascensore, in questo buco non potrei viverci.

Eccomi qui. Accendo il PC che mi ha regalato quel tipo, non ricordo nemmeno il suo nome, ormai sono abituato a chiamarlo Sherlock.  Era in trasferta di lavoro e aveva preso un monolocale in affitto proprio qui, dove faccio il portiere. Anche lui sempre lontano da casa, un po’ come me prima dell’incidente, vabbé insomma, più o meno. Un tipo solitario, ma un giorno mi vede leggere Delitto e castigo e mi dice, lei ha buon gusto, è uno dei miei romanzi preferiti. È raro trovare qualcuno con cui parlare di libri, così ogni tanto parlavamo di libri, e poi anche di lavoro, di viaggi.  Quando se ne è andato mi ha lasciato il pc, dicendo che la sua azienda stava per dargliene uno nuovo e che lo regalava volentieri a me, purché lo usassi per scrivere le mie memorie. Ci scambiamo le mail, poi qualche settimana fa mi scrive e mi dice, vuoi entrare in questo gruppo? Perché no, penso. Il tempo libero non manca.

Achab ho deciso di chiamarmi, l’autoironia non mi è mai mancata, e d’altra parte sono stato in giro almeno quanto lui. Ogni volta che tornavo in Italia, in una pausa tra un ingaggio e l’altro, mi sembrava di essere in viaggio in una terra familiare eppure estranea. Scendevo dalla nave come un marinaio, con poco bagaglio e una famiglia sempre meno mia ad attendermi, e ripartivo appena riuscivo a trovare un lavoro qualsiasi in uno dei cantieri gestiti da società italiane in Africa o in Asia. Posti sempre meno sicuri, in paesi dove i reporter della CNN spesso avevano un elmetto in testa.

Alla fine, sono andato a lavorare sulle piattaforme petrolifere in Libia, Nigeria, Malesia. Ci sono invecchiato, a casa non tornavo neanche più, le agenzie straniere ti trovano lavori uno dietro l’altro. Poi l’incidente, e già è molto che non ci abbia rimesso la pelle. E provate voi a farvi dare una pensione d’invalidità per un incidente successo all’altro capo del mondo, e alla pensione di vecchiaia mancano ancora anni. Trovati un lavoro, papà, grazie al cazzo figliolo, un paio di amici li ho ancora, non disturbare il tuo direttore del personale che di uno come me non sa che farsene.

È ora che scriva il racconto in Penitenziagite. Dalia Parenti, ha l’aria di una signora bene questa, non ne ho mica conosciute tante, io, ma so come sono, e spesso ne hanno solo l’aria. Per me si scopa questo stronzo, questo dell’intervista. L’ho detto anche ad Anna, Madame Bovary, e avevamo pensato la stessa cosa.  Mi piace quella donna, è una che ha delle storie da raccontare. Per questo l’ho portata in questo gruppo, per leggere quello che scrive, che quando scrive racconta le storie che a voce non racconterebbe.

Questo stronzo si chiama Guido Altieri e fa l’ingegnere e mi ricorda tanto quell’altro ingegnere, quello della piattaforma nel Golfo del Messico. Quello che ha sbagliato i calcoli e mi si è tranciata la gamba, ma mica l’ha ammesso l’errore. Anche quello era un ragazzino arrogante, con più ambizione che esperienza.  E mica ha pagato, anzi ora avrà fatto pure carriera. Come vorrei fargliela pagare, poter fare come nei libri, come il Conte di Montecristo, sono stato indeciso a lungo sul nick, Achab o il Conte di Montecristo? Poi ho scelto Achab perché lo so che la mia vendetta è impossibile, come la sua. Moby Dick vince sempre.

Ne ho letti tanti di libri, sulle piattaforme. Studiare non ho studiato mai, ma libri ne ho letti più di chiunque conosca. Ora è arrivato il momento di scrivere, soldi per i corsi di scrittura non ne ho, ma storie in testa sì, e questo gruppo un po’ sballato fa proprio per me. Tanto dormire non se ne parla.

 

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