Guido osserva il cantiere con aria assente. Non riesce a smettere di pensare a Penitenziagite, a Dalia e a tutto il resto.

Madame Bovary, Wolverine, i loro racconti potevano essere solo coincidenze, quello di Jorge De Burgos non capiva che c’entrasse, ma ora Achab… il racconto di Achab non può essere una coincidenza. Quel racconto è per lui.

Squilla il cellulare, è il numero del centralino della Housetec. Bisogna tornare alla realtà. Purtroppo. Per fortuna.

“Pronto, ingegner Altieri?”

“Buongiorno Giulia, dimmi”

“La stanno cercando in tanti, sa? Quando torna?”

“Ancora un paio di giorni, sto visitando un cantiere” risponde, un po’ infastidito. Persino la voce allegra e squillante di Giulia, la receptionist, gli sembra indagatrice.

“Dunque, l’ha cercata l’avvocato Barioni per la faccenda delle licenze, Marchini per il nuovo sistema informatico… e poi il geometra Arlotti che sta ancora aspettando il preventivo…”

Arlotti, e chi è? Devo cercare nelle mail, che da un po’ di tempo ho troppi pensieri per riuscire a stare al passo con il lavoro, pensa Guido.

“Ok Giulia, tutto sotto controllo. C’è altro?”

“Ah sì… l’ha cercata un signore… ma non ha lasciato il nome. Ha detto che tornerà tra qualche giorno”

“E non ha lasciato detto altro?”

“No, solo che è una faccenda privata. Un signore alto, con i capelli grigi, claudicante”

“Claudicante…?” trasale Guido.

“Sì, zoppicava. Usava un bastone. Lo conosce?”

“Io… non lo so, non credo… ma qual era la gamba?”

“Qual era la gamba? Oddio… non ricordo… mi pare la destra… non sono sicura però…”

” Ok, ma zoppicava in che modo?”

“Non saprei in che modo… zoppicava… perché?”

“Cioè, secondo te portava una protesi?”

“Oddio ingegnere, non lo so, non ho indagato! Sarei stata un po’ invadente non crede?”

“Hai perfettamente ragione, scusami. Ci vediamo tra pochi giorni…”

Claudicante, pensa Guido. Avevo ragione. Achab.

Solo una persona può avermi odiato tanto, e per tanto tempo, e avendone ottimi motivi. C’ero io dentro quella macchina, e andavo veloce. Tornavo a casa dopo una serata con una donna, ma non si chiamava Dalia, si chiamava Rosa, un altro fiore, un altro nome e un’altra vita, di quelle che sembrano essere l’unica vita, perché sei giovane e non sai ancora quante altre ne verranno, di altre donne e di altre vite.

Ricordo il buio della notte, tagliato a metà dalla linea bianca di mezzeria, e la velocità, l’ebbrezza. Veniva musica dall’autoradio, non saprei dire quale, suppongo qualcosa di potente che mi faceva sentire invincibile. Mi sentivo spesso invincibile allora, anche senza musica. Avevo venticinque anni, la laurea a pieni voti in tasca, un lavoro perfetto appena iniziato, una ragazza bella che mi amava. Tornavo da solo da una festa. Non ricordo la musica, ma ricordo bene il rumore che la interruppe. Fu un clang o forse un plong, un suono fermo, rapido, definitivo. Nato dal nulla, così come era uscita dal nulla la grossa moto e l’uomo che ci stava sopra e che vidi appena sbalzare via, come un’ombra. Ricordo il rumore dei miei freni, la moto a terra sul ciglio del fosso e di fianco nessuno. Poteva una moto andarsene da sola nella notte?

Guardai la mia auto. Un fanale rotto ma funzionante, un’ammaccatura nemmeno troppo visibile. Controllai che non ci fosse sangue, lo feci con consapevolezza. Ricordo il battito forte e irregolare del mio cuore, mentre trovavo il coraggio di guardare nel fosso. Non vidi nulla, era troppo buio. Presi il cellulare, composi il 118. Tasto verde, no, tasto rosso. Mi avrebbero identificato. Lo spensi e lo misi in tasca. Non ricordo più quale folle percorso mentale mi convinse che non aver visto nulla nel fosso mi rendesse innocente.

Risalii in macchina e dopo un paio di chilometri tornai ad essere umano. Immaginai un corpo riverso in un fosso, sentii il suo lamento, la sua disperazione, la sua speranza. Ricordai che lì vicino c’era un telefono pubblico. Devo segnalare un possibile incidente, ho visto una moto ribaltata, non so cosa sia successo, provinciale 15, Km 18, subito dopo il centro commerciale. Il suo nome prego? Clic. Ho fatto il mio dovere. Non avrò perso più di venti minuti. Sono tanti venti minuti, in un fosso con la bocca piena di terra? Sono tanti. Con una gamba maciullata? Sono tanti. Con un’emorragia interna? Sono infiniti. Sono la differenza tra la vita e la morte.

Quell’uomo non è morto. Forse non per merito mio, ma non è morto. Forse proprio perché non si salvò per merito mio, la vita ritenne di darmi, anni dopo, una seconda possibilità di diventare un assassino. Il bello è che così come quell’uomo non si salvò per merito mio, altrettanto ritengo che Arturo non sia morto per colpa mia. Ma sono un mezzo assassino due volte, e alla matematica non si sfugge, il risultato è l’intero.

Seguii i quotidiani nei giorni successivi. A.F., stimato commerciante, con una moglie e una figlia, investito da un pirata della strada. Telefonata anonima, intervento tardivo dei soccorsi. Tra la vita e la morte. Prognosi riservata. Le condizioni migliorano. Se la caverà, ma rimarrà invalido. Amputazione della gamba destra. A. F. non sarà più lo stesso. La città è piccola, imparo il suo vero nome. A. come Achab, un’altra coincidenza. Imparo dove lavora. Vado al suo negozio di telefonia, mesi dopo. Non so perché lo faccio, mi trema tutto dentro. Lo saluto, sorrido. Compro un nuovo cellulare. Zoppica, ma è sorridente. Non sembra stare male. Non sembra riconoscermi, d’altra parte come sarebbe possibile?

Però ora, non so come, lui sa, sa chi sono e sa cosa ho fatto insieme a Dalia. O forse ha sempre saputo, forse da allora mi sorveglia, e come Achab aspetta da anni la sua vendetta.

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