Un cadavere nella Rete: tutta la storia

CAPITOLO 16

La mattina dopo la visita alla villa, alla vista della scrivania del Commissario Poletti, coperta di carte e fotografie, Saverio Cammarota inarca il sopracciglio sinistro, massima manifestazione di disapprovazione che si consentirebbe in servizio nei confronti di un superiore. La silenziosa critica non sfugge comunque a Poletti, che ne approfitta per rigirare la frittata:

– Oh, proprio lei, Cammarota! In questo caso non ci si raccapezza proprio. Ci vorrebbe uno di quei geniali investigatori dei gialli, per capirci qualcosa… Freddi, prima di uno dei periodici incontri con il vertice della Pharmacras, sparisce portandosi dietro una valigia con un paio di cambi di biancheria e poco altro. Lascia l’auto a Lugano, prende il treno per Berna, almeno così sembra, e poi si dilegua.

– Sì, Commissario.

– E, guardacaso, il progetto su cui lavorava è probabilmente il più segreto di tutta la Pharmacras. Naturalmente gli svizzeri…

– Gli svizzeri – completa Cammarota, addetto alle relazioni internazionali, – dicono che è tutto top secret. Non hanno neanche confermato che Freddi lavorasse a un progetto “Lizard”.

– Né che quel progetto esista, né che sia commissionato dal Dipartimento della Difesa USA, immagino.

– Esatto.

Il Commissario sceglie una caramella da una scatolina miracolosamente affiorante dal mare di carte e comincia a succhiarla mentre di nuovo inclina la poltrona all’indietro fino al limite del possibile ribaltamento. Quel vezzo, evidentemente ispirato all’infallibile Nero Wolfe, non manca mai di innervosire Cammarota, che solleva il sopracciglio di altri due millimetri, mentre l’altro imperturbabile prosegue:

– Però al giorno d’oggi mantenere i segreti è complicato. Qui vedo che Ragusa ci ha fatto un bel riassunto di tutto quello che si dice su Internet delle ricerche per il Supersoldier, che poi è anche il modo in cui lo chiamano in Rete… vediamo… la Difesa USA avrebbe “un budget di 2 miliardi di dollari l’anno per la ricerca sulla creazione di un super soldato”. Però. “I soldati del futuro potranno sopravvivere per lunghi periodi senza mangiare, passare giorni senza dormire, e restare sott’acqua per molti minuti senza bisogno di risalire per respirare”. Dei veri superuomini, eh? Cammarota, a proposito, Ragusa cosa dice di quei due DVD che abbiamo trovato?

– Dice che sono criptati. Secondo lui, senza la chiave di accesso non c’è possibilità di leggerli.

La poltrona si inclina di altri cinque gradi all’indietro, mentre Cammarota calcola mentalmente la distanza tra la nuca di Poletti e il davanzale in marmo della finestra, e si domanda come mai Rex Stout non abbia mai fatto prendere al suo personaggio una bella testata contro gli schedari collocati dietro la sua poltrona. Probabilmente, per non costringere l’obeso Wolfe a chiedere aiuto per tirarsi su.

– Per ora, non parliamone con gli amici svizzeri – sentenzia alla fine il Commissario – anzi, non ne parliamo con nessuno. Lei sta scrivendo il rapporto sul nostro sopralluogo?

– Veramente, l’ho già…

– Non mi ha capito. Lei sta scrivendo il rapporto…

– Ah. Sì, mi ci vorrà ancora almeno un giorno, sono impegnatissimo con gli svizzeri e con i colleghi italiani di Freddi.

– Esatto. Magari due giorni. Nel frattempo…

Lo sguardo di Poletti comincia a vagare, mentre la mano destra si allunga in direzione della scatola delle caramelle.

– Cammarota, cosa ha notato lei, mentre visitavamo la casa, ieri?

– Ho notato che la signora si guardava intorno.

– Bravo. Eppure la casa la conosce bene, no? E del salone, in particolare, cosa ha notato?

– Niente. Mi è parso in perfetto ordine – replica il vice, con nella voce una sfumatura di approvazione per chi non tratta con trascuratezza neanche la seconda casa.

– Esatto. Perfetto ordine. Eppure le altre stanze…

– Lasciavano un po’ a desiderare.

– No, Cammarota: erano normali! L’ordine, nel salone, invece, era eccessivo. O non lo usano mai…

– Oppure?

– Oppure, non lo so. – Bofonchia Poletti, cacciandosi in bocca la terza caramella. – Bisogna tornarci, da quelle parti. Dobbiamo parlare con i vicini.

– Il milanese residente?

– Lui per primo, ma anche quelli delle altre due ville. E poi ci sono i colleghi milanesi di Freddi. Quelli non sono svizzeri, e potrebbero dirci qualcosa di utile, specie se c’è qualcuno amico del nostro uccel di bosco, che si preoccupa per lui. Scappare con certe informazioni è un esercizio pericoloso, Cammarota. I nostri amici svizzeri sono taciturni, ma si muovono in fretta: se Freddi è scappato con dei segreti industriali o addirittura militari, spero per lui che lo troviamo prima noi della Pharmacras. Lei mi capisce.

– Capisco. Le convoco un paio di colleghi, quelli che dovrebbero essere i più vicini a Freddi.

– Perfetto, facciamo domani pomeriggio, verso le tre, tre e mezza…

Poletti riprende ostentatamente un foglio dalla scrivania fingendo di leggerlo per congedare Cammarota, che gira sui tacchi e prende un appunto sul taccuino. Convocare Meardi e la Malaguti.

 

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CAPITOLO 14: JORGE DA BURGOS

Come mi diverto a guardare quegli scemi dei miei compagni di scuola su Facebook! E’ incredibile come si dannino per sembrare diversi da quel che sono. Guardala lì, Marta, che si riempie la bacheca di cuoricini e invece è una gran stronza e Giorgio, anzi Giò, che cita Kafka e nemmeno sa chi sia, qui fa l’intellettuale, poi nei temi sbaglia ancora i verbi. E Giovanna, che si fa chiamare La Jenny e si fotografa con i capelli che coprono mezza faccia per nascondere i brufoli. Mi fanno pena.

Io non ci sto su Facebook, almeno non con il mio nome. Mio padre non vuole, e comunque non mi interessa. Per vedere le scemenze di questi qua? Mi basta e avanza quel che vedo lo stesso, quel che lasciano visibile. Quasi tutti mettono qualcosa di pubblico, quasi tutti hanno qualcosa che ritengono meritevole di essere visto dall’universo intero. Spesso è qualcosa di falso, che dice guardate tutti come sono felice! Patetici.

Mi piace anche guardare i profili di gente che non conosco, immaginare che cosa nascondano. Perché qui nessuno è quel che sembra. Nemmeno io, ma io almeno fingo alla grande. Non voglio sembrare una me stessa più felice. Io sono proprio qualcun altro. E chi mai penserebbe che Jorge Da Burgos, il cattivo del nome della rosa, sia una femmina? E per di più di diciassette anni? Devo ancora finire la scheda critica de Il Nome della rosa, ma tanto faccio presto. Sono brava io a scrivere, me lo dice sempre la prof che scrivo come un’adulta, mica come quei minorati che mettono tutte quelle kappa al posto delle c! Prima o poi glielo faccio uno scherzo a Giorgio, gli dico che Kafka in realtà si scrive Chafcha!

Comunque l’ho già letto tutto Il nome della rosa, anche quelle interminabili digressioni sui dolciniani e compagnia bella. Ci scommetto che sono stata l’unica della mia classe a leggerlo davvero. Ecco qui, Alex mette le foto della discoteca, naturalmente pubbliche, tutti devono sapere quanto si sono divertiti. Io non ci sono andata, mio padre non vuole, e comunque non mi interessa.

Mio padre è un po’ come Jorge Da Burgos, non vuole che si rida, o almeno non troppo. Per lui le discoteche sono opera del diavolo credo, e anche le cose come Facebook. Per fortuna l’ho convinto che il pc mi serve per la scuola e che senza sarei rimasta indietro. Lui voleva farsi prete, chissà perché poi ha cambiato idea, visto che è ancora fissato con la messa tutte le domeniche e la preghiera a tavola prima di mangiare, che è una cosa che fanno giusto nei telefilm americani, dove poi il figlio ribelle si alza a metà preghiera e se ne va. Lo vorrei fare anch’io, ci riuscirò prima o poi, mi alzerò e me ne andrò, romperò anche un piatto forse.

Mio padre non è cieco come Jorge, anzi ci vede benissimo quando si tratta di sorvegliarmi, però molte cose non le vede, tipo che mia madre davvero non ride mai. E anche io non è che mi ammazzi di risate eh, a parte quando chiacchiero con Sherlock. Sono stata davvero fortunata a conoscerlo, è stato davvero il destino! Avevo preso un virus al pc, e siccome non potevo dirlo a mio padre, che poi magari lo portava a riparare da un suo amico e vedeva che ero andata nei siti della sessualità e allora chiamava pure l’esorcista, ho usato il computer della biblioteca e ho chiesto aiuto in quel forum di informatica dove ho conosciuto Sherlock.

Lui aveva il nick “debugger” e io “inesperta”, forse gli ho fatto tenerezza perché mi ha risolto subito il problema e poi abbiamo iniziato a chiacchierare, ci siamo raccontati un sacco di cose, cioè più che altro una, che ci piace scrivere, perché in realtà delle nostre vite non ci siamo detti proprio niente. Poi è uscita fuori questa idea, di quanto può essere divertente spiare la vita degli altri dai loro profili Facebook, un po’ come nel film di Hitchcock, La finestra sul cortile, solo che qui le finestre sono virtuali e ognuno ti fa vedere solo quello che vuole. E di quanto mi piace immaginare quali segreti gli sconosciuti possano avere. Beh, il giorno dopo lui mi ricontatta con il nick Sherlock e aveva creato Penitenziagite!

Certo, per farmi prendere sul serio non gli ho detto che sono una ragazzina di diciassette anni, ma una bibliotecaria di trentacinque, visto che lui ne ha una quarantina. Ero certa che mi avrebbe chiesto di inviargli una mia foto, ero già pronta a rubarne una su Facebook, invece no, non mi ha chiesto nulla. Quindi non è come dice mio padre, che su internet ci sono solo maniaci che pensano solo a quello. Sherlock ad esempio non mi sembra proprio lì per rimorchiare, o mi avrebbe chiesto almeno la foto, credo. O forse non gli piacciono le bibliotecarie? Chissà, forse le trova polverose. Che poi io ci sto talmente tanto tempo in biblioteca che non è una gran bugia quella che ho detto, insomma non è poi così lontana dalla realtà. Dopo scuola vado sempre lì, così i miei genitori sono tranquilli.

Non sanno che per me la biblioteca è il tempio della lussuria! Intanto perché ci ho letto tutti i libri che a casa non mi potrei portare, tipo tutta Anais Nin e tutto Henry Miller, e adesso ne so molto di più sul sesso rispetto a quelle cretine delle mie compagne che si credono chissà che solo perché si sono fatte mettere la lingua in bocca e dare una palpata in mezzo alle gambe. Ma non è l’unico motivo. Il fatto è che in biblioteca ci lavora Giulio, che fa il primo anno di università e con quel lavoretto si paga le tasse. E’ lui che più di ogni altro sconvolge i miei sensi e mi induce a pensieri peccaminosi, cose che i miei genitori non possono nemmeno immaginare. Solo che per ora scambiamo solo qualche parola quando gli chiedo i libri, e mi ha visto prendere tutti quei romanzi spinti, chissà che penserà di me. Spero almeno pensi che non sono una stupida ragazzina. Non voglio che lui lo pensi, e nemmeno Sherlock.

Comunque ci ho pensato tanto, e secondo me Sherlock è un hacker. In fondo basta fare due più due. Sa tutto di informatica e si fa chiamare Sherlock… quindi è di certo un investigatore informatico. Probabilmente uno di quel gruppo, Anonymous, che entra nei pc dei potenti e scopre tutti i complotti. Che figo, Sherlock! Ogni tanto mi viene un po’ da fantasticare anche su di lui… solo che non so nemmeno che faccia abbia! Certo, non è come con Giulio, di Giulio credo di essere innamorata, se me lo chiedesse fuggirei con lui domani. Mi alzerei da tavola al momento della preghiera e uscirei fuori, dove mi starebbe già aspettando sulla sua moto. Invece Sherlock non so nemmeno dove abita, una volta ho visto dal localizzatore di Facebook che scriveva da Milano, un’altra da Londra, un’altra da Parigi… beh certo, un hacker dovrà spostarsi spesso, per non essere rintracciato!

Io invece quest’estate me la passo in città, è già deciso. E dire che gli zii mi avevano invitato al mare sulla riviera con mia cugina Katia di diciannove anni, che a mio padre son strabuzzati gli occhi fuori dalle orbite. E se sapesse quello che so io, che mia cugina guadagna soldi mostrandosi nuda agli uomini con la webcam! Me l’ha fatto vedere l’anno scorso come fa, credeva di sconvolgermi, ma non lo sa che io osservo tutto e non mi scandalizza niente. Tra l’altro nelle foto sembra bella, ma dal vivo ha un’acne da paura. Io l’ho detto subito ai miei che non mi interessa andare sulla riviera a fare la cretina con quella troia di mia cugina e che quest’estate voglio approfittare per stare molto in biblioteca a leggere e studiare, visto che il prossimo anno ho la maturità. Mio padre non l’avevo mai visto così fiero di me!

Ora devo concentrarmi, non ho ancora scritto il mio racconto per Penitenziagite. Quanto mi piace questa cosa, però a volte ho dei dubbi. E se non fosse giusto quello che stiamo facendo? Stiamo forse violando l’intimità di qualcuno? Ma no, sono loro a mettere in pubblico queste cose! Non siamo certo come quei bulli che rubano foto private e le portano nei gruppi chiusi per sfottere! No, noi non siamo così. Noi non offendiamo mai nessuno, anzi, inventiamo, arricchiamo la realtà. Però a volte penso, e se questa Dalia si accorgesse di noi? Come la prenderebbe? Si arrabbierebbe, o ne sarebbe lusingata? Vabbè, non si porrà il problema, è di certo improbabile che se ne accorga o che qualcuno glielo dica, anche perché da quel che vedo son quattro gatti in tutto a leggere i nostri racconti… meno dei venticinque lettori di Manzoni direi…

Sherlock voleva fare un gruppo privato, ho insistito io che fosse pubblico. Sennò come fa un grande editore a scoprirci? Vabbè, a scoprirmi, perché per quel che ho visto finora, non è che gli altri siano grandi scrittori, eh! Il racconto di Madame Bovary è melenso e ottocentesco, posso fare decisamente di meglio. Quello di Wolverine è strano, non si capisce niente, che vorrà dire? Che sia uno scrittore postmoderno? Bah!

Ecco, finalmente mi è venuta un’idea, proprio pensando a mia cugina e a quel sito di webcam. Chissà se anche questa Dalia non è bella come sembra, chissà se è tutto trucco e luci, la sua faccia come la sua vita. Non dovrebbe essere difficile scrivere questo racconto, mi basta ricordare quel sito  e immaginare di essere Dalia prima che trovasse il marito ricco, o magari immaginare di essere me stessa, solo un po’ più vecchia e un po’ più triste…

 

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CAPITOLO 13

“Lizard. Progetto Lizard”

Le dita di Dalia corrono frenetiche sulla tastiera virtuale dello smartphone, mentre scrive un messaggio a Guido sulla chat non intercettabile che lui le ha fatto installare ancora prima che succedesse il fattaccio. Prudente, Guido, che evidentemente non aveva nessuna voglia di ritrovarsi coinvolto in una causa di divorzio; troppo prudente, ora, per i gusti di Dalia.

“Non dovresti scrivermi”, le risponde, infatti, “È vero che la chat è sicura, ma…”

“La polizia è stata qui, e hanno trovato una cosa…” i quattro secondi di pausa fanno capire a Guido che si tratta di qualcosa di grosso “…che non mi aspettavo”

Perché, cosa ti aspettavi? Ma non è il caso di interromperla. Ecco, riprende: “I poliziotti hanno trovato dei documenti. Riservati. Cose su un progetto della Pharmacras per una ricerca militare” “Militare?” “Per creare un supersoldato. Inventare dei farmaci e delle protesi che facciano diventare più forti, più veloci, vedere al buio…e poi… quelli hanno pubblicato un altro racconto…”

Davanti agli occhi di Guido guizza l’immagine di un vecchio albo a fumetti, con un giovane mingherlino e patriota che diventa Capitan America, questione di un secondo. Poi la chat a senso unico continua: “Pare che Arturo fosse nel comitato direttivo di questo progetto. Non l’hanno detto, ma i poliziotti pensano che… non lo so cosa pensano. Sono appena andati via e si sono portati dietro tutto. C’erano anche due DVD”

Lo sguardo di Guido automaticamente balza dallo schermo del tablet alla porta, che ormai chiude a doppia mandata anche quando è in casa. Anche un segreto militare. Però… “Magari si mettono a indagare su questo, no? Sarebbe buono”, scrive. L’irritazione di Dalia si sente anche attraverso le onde radio, poi lei attiva la chiamata audio e lo investe:

– Buono, eh? Buono un cazzo. Tanto a te che importa? Sono io che sto qui, con questi che frugano dappertutto. Torneranno, magari cercheranno nei muri. E poi c’è il taccuino

Prudente, Guido lo è abbastanza da non chiedere “quale?”.

Lo dirà lei, lo dice subito:

– L’hanno anche trovato nel comodino, ma cercavano altro, appunti recenti che dimostrassero che era stato alla villa o che era andato chissà dove. Non sono andati a leggere indietro di qualche mese, era due mesi fa, ho controllato.

– Ma cosa?

– Appunti strani, li avevo notati ma non li capivo. Come sarebbe volare, o avere le branchie? Stare sott’acqua mezz’ora, un’ora, senza bisogno di respirare, come i delfini? Tutto meno che un poeta, era Arturo, non erano certo domande filosofiche. Se lo chiedeva davvero…

– Ma che importa?

Di nuovo, il tablet sembrò lampeggiare d’irritazione facendo eco alle parole di Dalia.

– Che importa, eh? Uno come lui, che si sentiva onnipotente, invincibile, improvvisamente si trova in un progetto per la creazione del Superuomo, e pensi che non volesse approfittarne? Pensi che non si sia procurato qualche dose sperimentale di quelle sostanze?

– E noi…

– Noi abbiamo gettato in un lago uno che stava facendo esperimenti per poter resistere sott’acqua per ore. Noi lo abbiamo dato per morto perché non respirava… Guido, e se fosse proprio lui a scrivere quei racconti? Se fosse la sua vendetta?

– Basta, Dalia. Ora stai esagerando. Smettila con questa ossessione di Arturo invulnerabile e infallibile. È andata così, è morto, e ora dobbiamo tenere duro, senza farci destabilizzare

Doveva farla smettere, o avrebbe avuto una crisi, magari si sarebbe messa a urlare e ad attirare l’attenzione di qualcuno. Quella chat si sarebbe cancellata dopo un’ora, ma se la polizia aveva messo qualcuno a guardia della casa… Guido rabbrividì: gli faceva più paura Dalia dell’idea che Arturo fosse un superuomo, una specie di uomo-lucertola capace di rigenerarsi. Figuriamoci, assurdo…

La chat era silenziosa adesso. Poi, il led che segnalava che Dalia era online si spense, e Guido chiuse l’app. Era normale che Dalia si trovasse sotto tutta la pressione dell’inchiesta, e che cominciasse a risentirne, ma questa era una storia davvero strana. Fuori e dentro allo stesso tempo, così si sentiva Guido, ed era stato spesso così nella sua vita. Lesse il racconto. Rimase per un tempo indefinito seduto sulla poltrona, con la testa fra le mani. Ripensò alle parole di Dalia.

“Se fosse proprio Arturo a scrivere quei racconti? Se fosse ancora vivo? Se questa fosse la sua vendetta?”

Quella storia non gli sembrava reale, eppure sentiva che gli sarebbe costata cara.

 

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CAPITOLO 12

La busta imbottita che era nascosta nell’armadio a Dalia sembra pesare quintali. Alza gli occhi verso il Commissario Poletti, che la sta osservando con attenzione.

– Cosa sarà, Commissario?

– C’è un solo modo per saperlo… se non lo sa già, ovviamente!

– No… non ne so… non ne sapevo nulla.

– Beh, allora può aprirla, se vuole. Ma naturalmente non è obbligata a farlo davanti a noi, se vuole può farlo più tardi in privato. Se non sa cosa contiene la busta…

La voce di Poletti si fa insinuante. Cammarota pensa, chissà se la signora ci casca… No, non ci casca.

– Ma no, Commissario, se c’è qualcosa che può essere utile all’inchiesta è bene che voi lo sappiate subito. Anzi, la prego, apra lei.

La busta contiene due DVD e un documento cartaceo dall’aria ufficiale, in inglese, con un vistoso timbro “CLASSIFIED” e chiuso da una firma svolazzante. Poletti lo passa a Cammarota, che tra le altre cose è addetto alle comunicazioni internazionali, dato che conosce bene inglese e francese e, negli ultimi anni, ha appreso qualche rudimento di arabo per riuscire a raccapezzarsi nell’intricato stile di comunicazione degli immigrati nordafricani e mediorientali. In questo caso, però, gli bastano poche occhiate per cogliere il succo del documento.

– Commissario, in pratica è una disposizione interna del Presidente della Pharmacras, è di otto mesi fa. Ordina a tutti i suoi direttori di fornire la massima collaborazione a un importante e segretissimo progetto, quello che in una precedente comunicazione era stato chiamato provvisoriamente progetto “Supersoldier”, ora battezzato ufficialmente progetto Lizard, coordinato in prima persona da lui. Indovini chi compare nello staff di progetto come responsabile del risk management?

– Immagino Arturo Freddi.

– Giusto. L’unico italiano citato qui, gli altri sono tutti nomi francesi o tedeschi, probabilmente svizzeri.

– Signora Parenti, immagino sia inutile chiederle se sapeva qualcosa di questo progetto, vero?

La domanda di Poletti è fatta quasi con noncuranza, mentre consegna i DVD all’agente Ragusa che silenziosamente li chiude in una busta trasparente.

– Niente, ma mi sembra normale. Arturo mi parlava molto poco delle ricerche della sua azienda, figuriamoci di un progetto segretissimo…

– Certo, è quello che immaginavo.

– Però…

– Sì?

– Beh, io sono una giornalista, e seguo con attenzione certi argomenti, specialmente se in qualche modo c’entra la Pharmacras… Insomma, negli ultimi tempi la stampa ecologista e antagonista ha cominciato ad accusare la Pharmacras di essersi dedicata alla ricerca militare per conto degli USA. E questo Progetto Supersoldier, anzi Lizard…

-…sembra fatto apposta per confermare questa accusa – completa Poletti, che, rivolto al giovane agente, prosegue – Ragusa, mi raccomando, faccia una ricerca accurata, anche in Rete, in genere questo tipo di storie fanno il giro dei gruppi di protesta online, no?

Ragusa, esperto di informatica e Social Network, si spinge fino ad assentire.

– Signora, lei è in grado di fornirci le password degli account di Rete di suo marito? Sa, posta elettronica, e tutto il resto…

– No, Commissario, mi spiace. Posso dirle che Arturo ha un account Facebook, e una casella di posta Gmail, l’indirizzo è facile, arturo.freddi.1972@gmail.com, ma non conosco le password.

– Avrebbe niente in contrario se noi chiedessimo ai gestori di fornirci i contenuti?

– No, certo. In questo momento la mia prima preoccupazione è ritrovare mio marito

E, in effetti, il bel viso della signora Dalia mostra preoccupazione, osserva mentalmente Cammarota. Ma va’ a sapere…

– E, mi scusi, lei sa se suo marito aveva conti correnti all’estero?

– Penso di no. – L’esitazione era stata breve, come se si fosse già posta la domanda – Ma non posso esserne sicura. Mio marito era… è un uomo riservato, anche con me.

Il giro della casa non riserva altre scoperte, anche se Poletti e Cammarota sanno bene che sopralluoghi del genere non danno certezze. Fanno anche un rapido giro all’esterno della villa, soprattutto per non dare alla signora l’impressione di averlo fatto senza di lei.

– Signora, può dirci qualcosa delle famiglie che hanno casa in questa zona? Ha qualche motivo per pensare che suo marito abbia rapporti più stretti con qualcuno di loro?

– Direi proprio di no, Arturo non è davvero un vicino socievole. Nella villa che vede laggiù, quella con l’edera sulla facciata e l’auto parcheggiata davanti, vive praticamente tutto l’anno un signore di Milano, un certo Giovanni Lucci, eppure credo che Arturo non gli abbia mai neanche rivolto la parola.

– Insomma, nessuno che sarebbe passato a trovare suo marito per una chiacchierata.

– No, figuriamoci. Da quando siamo sposati non è mai venuto nessuno a trovarci, né per la verità siamo mai andati noi.

– Bene, per ora credo sia tutto, signora. Inutile dire che la terremo al corrente di qualsiasi novità, e che la preghiamo di informarci se le venisse in mente qualcosa di utile, o se suo marito si facesse vivo.

L’auto della polizia si allontana veloce in direzione di Como, e solo dopo che è sparita dietro la prima curva le spalle di Dalia si rilassano. Non per molto, però. Come fa ormai mille volte al giorno, corre a controllare se c’è qualcosa di nuovo in Penitenziagite. E infatti, un nuovo racconto è stato appena postato. Di un certo Wolverine. Un racconto strano, che non le piace affatto. Anzi, che le mette i brividi. Ed ora ha bisogno di parlare con Guido il prima possibile.

 

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CAPITOLO 11

La signora Parenti arriva puntuale. Bellezza discreta, elegante senza ostentazioni, è una di quelle donne che il Commissario Poletti giudica meritevoli di una seconda occhiata. È emozionata e si vede, annota mentalmente il Commissario, ha il braccio rigido e disteso davanti a sé per offrirgli la mano e avanza come un soldato a passo di marcia.

– Il Commissario…

– Poletti, signora Parenti. La ringrazio molto per averci voluto ricevere, le presento il vicecommissario Cammarota e l’agente Ragusa. Se permette, vorrei ascoltarla personalmente, e dare un’occhiata in casa per verificare se per caso ci fosse qualche indizio della destinazione di suo marito

Mentre Poletti continua il suo discorso la signora apre la porta che introduce direttamente nel salone della villa. Un ambiente semplice ma chiaramente arredato da una mano femminile, e in perfetto ordine. Mobili e pavimento quasi splendono. L’impeccabile Cammarota alza un sopracciglio, mentre Poletti continua a comportarsi come un ospite di riguardo.

– Ecco, qui è il salone, ma lo usiamo praticamente solo quando abbiamo visite. La cucina è spaziosa, e abbiamo una grande TV anche in camera da letto.

– Quindi è probabile che suo marito, peraltro abbastanza stanco, sia andato direttamente in camera da letto… Lei lo ha sentito quella sera?

– No. Anzi, non sapevo che si fosse trattenuto fino a tardi in ufficio, mi aveva detto che pensava di partire per la Svizzera nel primo pomeriggio, se ben ricordo…

– Esatto signora, – interviene Cammarota, consultando il solito taccuino, – i colleghi di suo marito hanno dichiarato che la riunione del pomeriggio non era programmata, e…

Cammarota si interrompe, cogliendo uno sguardo al vetriolo del Commissario, che vuol tener lui il filo della conversazione, per evitare che sembri un interrogatorio, e taccuini e riscontri non aiutano certo.

– Grazie Cammarota, lei è sempre prezioso. Non sembra neanche un napoletano, sa, signora? Ordinato, puntuale, inappuntabile. Non so come farei, senza di lui – conclude sorridendo, sapendo che l’altro ha notato benissimo che la descrizione si adatterebbe alla perfezione a una colf di talento.

Persino la signora Parenti sembra rilassarsi un po’, mentre fa strada nella stanza da letto. La stanza è certamente meno in ordine del salone, con il letto rifatto alla meglio e in generale un’aria “vissuta”. A una parete è appeso un grande televisore a schermo piatto, estremamente incongruo con il resto dell’arredamento, in stile povero, con un ampio letto, un imponente armadio di buona fattura e poco altro, anche perché la parete di fondo è occupata da una portafinestra che affaccia sul versante del lago, nella direzione di una villa con la facciata ricoperta di edera, annota mentalmente Cammarota.

Poletti è invece più interessato all’interno della stanza, e comincia a osservare il letto, che ha accanto un appendiabiti stirapantaloni, sul quale probabilmente Freddi appoggiava i vestiti di lavoro quando si fermava alla villa. La signora Parenti, mentre conferma, scocca un’occhiata all’armadio, e il Commissario se ne accorge.

– Un bell’armadio, questo, vero Cammarota? Non credo fosse abbinato al letto, che mi sembra più recente, o sbaglio, signora?

– No, non sbaglia. L’armadio è qui praticamente da sempre, il letto lo abbiamo comprato Arturo e io dopo esserci sposati, prima c’era un letto a una piazza e mezzo.

– Capisco. La villa era della famiglia di suo marito, vero? Insomma, è un armadio piuttosto antico, solido… le spiace se gli do un’occhiata?

– Faccia pure, prego. In realtà è sempre stato qui, ma quando abbiamo installato la TV lo abbiamo spostato, prima era lì, vede?

– Quindi lo avete addossato all’angolo per fare spazio, chiaro… In effetti però mi sembra leggermente asimmetrico. Tu cosa dici, Cammarota?

– Che basta prendere le misure, Commissario. Ragusa, per favore, passami il metro. Eh, ha ragione lei, a sinistra il bordo è più spesso di… quattro centimetri circa. Curioso, vero?

– Già – replica Poletti fissando la padrona di casa, che però sembra sinceramente sorpresa. – Ragusa, per favore, me lo sposti un pochino dalla parete? Se alla signora non dispiace, naturalmente…

L’agente Ragusa non attende una conferma, e sposta il pesante armadio senza troppe cerimonie.

– Vede signora, a volte questi vecchi mobili riservano delle sorprese… – mormora il Commissario, allungando una mano verso il fondo dell’armadio – spesso erano, come dire, delle casseforti artigianali… e forse anche questa… Bastano pochi minuti per trovare lo scomparto segreto del mobile, e un momento dopo una busta imbottita formato A4 viene depositata nelle mani della sconcertata signora Parenti.

 

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CAPITOLO 10

– E questo faldone?

– Riguarda una persona scomparsa, Commissario. C’è la denuncia della moglie, pare che sia scappato all’estero.

Il Commissario Poletti fa un mezzo sorriso sotto i baffi sale e pepe, come a intendere che, potendo, scapperebbero in tanti, forse anche lui. Sono ormai cinque anni che dirige il Commissariato a Como e l’intesa con il suo vice, il meridionalissimo Angelo Cammarota, è ormai tale che tra loro a volte le parole sono inutili. Anzi, peggio che inutili, perché tra un piemontese e un napoletano a parole ci s’intende poco. Il Commissario è appena tornato da una breve vacanza passata “a casa” come dice lui, nel paesino dove è nato, a due passi da Ivrea, e la sua aria un po’ annoiata ingannerebbe chiunque tranne il suo interlocutore.

– Fammi tu un riassunto, Cammarota, non ho voglia di leggere questa roba – dice, soppesando il faldone nella mano destra. Mentre lo depone, in perfetto sincronismo, un taccuino compare in quella dell’interpellato, che però parla senza leggere.

– Sissignore. Arturo Freddi, Vice Presidente della Pharmacras, la nota multinazionale farmaceutica. Scomparso quattro giorni fa, quando non si è presentato a un’importante riunione alla sede centrale in Svizzera. L’azienda ha contattato la moglie, lei pensava che il marito fosse appunto in viaggio di lavoro. Noi siamo stati coinvolti perché Freddi aveva detto a una collega che si sarebbe fermato alla sua casa qui sul lago per pernottare, prima di ripartire per la Svizzera, dove doveva essere la mattina presto. Alla riunione non è mai arrivato, non ha avvertito e non ha risposto alle chiamate. Il giorno dopo, la polizia svizzera ha ritrovato l’auto di Freddi al parcheggio della stazione di Lugano. Dentro tra le altre cose c’era il cellulare di lavoro, che poi per quanto ne sa la moglie è l’unico che il marito abbia.

– Figuriamoci. Altro?

– Le solite cose. Ho chiesto alla compagnia telefonica i tabulati e il tracciamento del cellulare, e alla banca i movimenti degli ultimi giorni su conto e carta di credito. Per domani ce li avremo.

Poletti riprende svogliatamente in mano il faldone e inizia la sua solita routine, tira fuori le caramelle e rovescia la poltrona all’indietro. Mentre mastica, però, sembra che il sapore che ha in bocca non sia troppo piacevole. In quell’atteggiamento, pensa il suo vice, gli ricorda tanto Nero Wolfe, e a volte si chiede se sia studiato o inconsapevole, specie da quando, chiacchierando un po’ durante un turno di notte, avevano scoperto la comune passione per i romanzi di Rex Stout.

Cammarota attende pazientemente, ormai si è abituato, nel bene e nel male, a quel superiore brillante e disordinato, di qualche anno più giovane di lui, eppure così poco moderno. Il PC che gli spetta secondo le regole ministeriali è stato trasferito per un silenzioso accordo sulla scrivania di Cammarota, mentre quella di Poletti annega sotto un mare di carta di cui il commissario, come un geografo, conosce ogni profondità. Non che Poletti non sappia usarlo, un PC: è che non gli serve, i giornali li porta su il piantone ogni mattina, per la posta elettronica basta il cellulare, e i Social, figurarsi, sa a stento cosa siano. Carta, e ancora carta.

– Cammarota, questo caso, come dite voi, è un bordello. Sparisce un alto dirigente di una multinazionale farmaceutica, a conoscenza di chissà quali segreti. I nostri amici svizzeri in queste cose sono più riservati delle tombe egizie. Una moglie…

– Le tombe egizie, dottore, le hanno svuotate tutte – puntualizza l’altro.

– Cammarota, tu hai il dono di farmi perdere il filo. La moglie, dicevo, su cui pure dovremo indagare. Doveva proprio avere una casa qui al lago, accidenti a lui? Qui leggo che abitava a Milano… ma di sicuro non è lì che potremo trovare qualche indizio. E alla fine i colleghi svizzeri ci diranno senza dubbio che l’indagine compete a loro.

– Già l’hanno detto, Commissario. Il Questore ha ricevuto una telefonata piena di tatto dal suo pari grado di Lugano che con molto garbo gli ha fatto capire che dobbiamo muoverci con cautela perché la faccenda è assai delicata. Ci sono di mezzo segreti di Stato…

– Addirittura?

– Eh, così gli ha detto lo svizzero. E naturalmente, il Questore…

– Naturalmente. Stasera mi chiamerà di sicuro, accidenti a lui.

– E questi sono i privilegi di essere Commissario, no? Dottore, la lascio a studiare il fascicolo, domattina sono a sua disposizione.

Stavolta, mentre si allontana, è Cammarota che si concede un sorrisetto.

Il giorno dopo, Poletti decide un sopralluogo alla villa. Una breve telefonata basta per accordarsi con la moglie di Freddi, che viene da Milano, e fissare un appuntamento per il primo pomeriggio. L’auto della Polizia però arriva sul posto circa un’ora prima, guidata da un giovane agente piuttosto rigido e taciturno.

– Bene, abbiamo il tempo di dare un’occhiata in giro prima che arrivi la signora. Cammarota, hai avuto i tabulati?

Il vice estrae il suo fido taccuino, e finge di consultarlo, pur ricordando perfettamente quello che c’è scritto.

– Sissignore. Freddi, o se vogliamo il suo cellulare, è stato effettivamente qui la sera di lunedì. Intorno alle 21 ha agganciato la cella che copre l’area della villa, e vi è rimasto fino alla mattina dopo, poco dopo le sette. Poi ha percorso normalmente la strada fino a Lugano, o meglio fino a uscire dalla copertura delle celle in territorio italiano.

– Insomma, quello che ci aspettavamo. Ha fatto tappa alla villa per accorciare il tragitto da fare la mattina dopo.

– Non solo. Dall’estratto conto della carta di credito risulta anche che ha acquistato un biglietto ferroviario Lugano-Berna, e poi più nulla.

– Ormai lo sanno tutti che la prima cosa che controlliamo sono Bancomat e carte di credito, chi non vuole farsi trovare non li usa. E da Berna può aver preso un treno per qualsiasi destinazione, quindi è un’informazione che non serve a niente, ecco perché non si è preoccupato che noi lo sapessimo. Semmai potranno scoprire qualcosa gli svizzeri, se sono fortunati e qualcuno lo ha visto in treno o a Berna.

– Infatti. Dottore, ma noi qua che facciamo?

– Cerchiamo innanzitutto di capire dalla moglie che motivi poteva avere Freddi per sparire, e poi facciamo un sopralluogo. Potrebbe aver lasciato qualcosa di interessante, in fondo è l’ultimo posto dove è stato prima di scappare. Diamo intanto un’occhiata qui fuori, poi quando arriva la signora cerchiamo dentro.

I tre fanno un accurato giro tutto intorno alla villa, di Scientifica per ora non se ne parla, visto che al momento non c’è ragione fondata di sospettare alcun crimine. D’altronde nessuno dei tre saprebbe cosa cercare, se non le tracce dell’auto di Freddi, ma, a differenza delle storie gialle in TV, il viottolo è tutto asfaltato e tracce riconoscibili a occhio nudo non ce ne sono. Dall’esterno la villa sembra in ordine, nessun segno di intrusioni, tutto apparentemente normalissimo; le altre ville intorno sono a una certa distanza e probabilmente, anche se lunedì sera ci fosse stato qualcuno, non si sarebbero neanche accorti dell’arrivo di Freddi. Però per Poletti “probabilmente” non è abbastanza, e sul taccuino Cammarota annota “identificare e interrogare i proprietari delle tre ville più vicine”, che poi sono quelle a portata di vista.

Alla fine ai tre poliziotti non resta altro che attendere la signora Parenti.

 

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CAPITOLO 8: WOLVERINE

Nel primo ospedale ci entrai dopo il mio incidente, due mesi dopo quello dei miei genitori. Morti tutti e due sul colpo, schiacciati da un camion. Avevo diciotto anni e tre giorni. Ero un adulto, mica potevano darmi in adozione, a diciotto anni suonati. Qui è la stradale, è lei il figlio di e di? Non avevo mai capito di amare i miei genitori, prima. Iniziai a bere, a urlare per strada senza motivo, a correre in auto di notte. Mi schiantai contro un muro, ma restai vivo. Anche abbastanza intero. Così mi trovai nel primo ospedale.

Ricordo poco del primo ospedale, perché mi facevano molto dormire. Ricordo solo che a un certo punto mi dissero, se vuoi puoi fare una cura speciale, che ti farà stare meglio. Firmai dei fogli, salii su un’ambulanza. Non so se si possa dire che fosse una mia decisione, lasciavo passare gli eventi, il concetto di futuro non mi apparteneva più, o non ancora.

Il secondo ospedale lo ricordo bene. Non sembrava nemmeno un ospedale: era bello, pulito, si mangiava bene. Per qualche settimana fu quasi una vacanza. Mi davano medicine che mi facevano sentire meglio, più forte, più lucido. C’era una palestra, mi facevano allenare, minimo un’ora al giorno, poi due, poi tre. Non ero mai stato muscoloso, ma dopo qualche mese il mio corpo iniziò a cambiare. Mi chiesero se volevo da leggere, chiesi dei fumetti, mi portarono un pacco di quelli dei supereroi. Fu lì che conobbi Wolverine.

Un solo medico parlava la mia lingua, pur se con accento straniero: si chiamava Albert, era gentile, mi diceva che avrebbe potuto fare molto per me, che ero molto fortunato a far parte di quel progetto. “Il progetto Lizard?” domandai un giorno. Si stupì. Dissi che avevo letto quel nome sulla mia cartella clinica. Il dottor Albert si complimentò, disse che il mio spirito di osservazione stava migliorando. Chiesi cosa significasse, mi rispose “lucertola”. Lucertola? Sì, rispose, perché una lucertola sa rigenerarsi, sa guarire se stessa.

Ad un certo punto Albert mi disse che la fase preparatoria era finita ed era il momento di iniziare la vera cura. Mi portarono in una specie di laboratorio segreto, tipo quelli dei cattivi dei fumetti. Iniziarono a immergermi ogni giorno in una grande vasca d’acqua in cui dovevo trattenere il respiro, ogni volta per più tempo. Poi un giorno mi dissero, sei pronto. Questa volta devi respirare, sott’acqua. Ricordo i volti deformati dei medici, attraverso l’azzurro della vasca. La paura di morire, che avevo dimenticato. Non avevo scelta, respirai. Un dolore forte mi invase la schiena, poi l’azzurro diventò nero. Mi svegliai nel mio letto. Capii dal volto del Dott. Albert che avevo fallito.

Qualche giorno dopo tornò da me, mi disse che c’era un’altra cosa che si poteva provare. Un’altra fase del progetto. Iniziarono le iniezioni, e poi le ferite. Ho ancora cinque tagli lungo ogni braccio, dieci in totale. Sempre più profondi, dal gomito verso il polso. Sembrano due lunghi pentagrammi. I medici andarono avanti per circa due settimane a esaminarli e fotografarli, poi non so cosa andò storto, e una mattina mi svegliai nel terzo ospedale.

Qui incontrai Anna, la mia infermiera, la mia seconda madre. Mi disse che mi avevano trovato per strada, delirante. Che ero scappato dall’ospedale psichiatrico. Dal primo ospedale. Del secondo, nessuno sapeva niente. Le mostrai le ferite sulle braccia, le dissi guarda, questo mi hanno fatto, pochi giorni fa. Ma Anna disse che quelle ferite non potevano essere di pochi giorni prima, neanche di poche settimane. Che erano completamente cicatrizzate e potevano risalire a minimo un anno prima, e che molto probabilmente me le ero procurate da solo. Nessuno mi credeva, mi prendevano ancora di più per pazzo. Schizofrenia. Allucinazioni. Si crede un eroe dei fumetti, dicevano. Non raccontai più niente, decisi che volevo vivere. Volevo di nuovo una vita normale. Non che ci sia riuscito però, non ancora.

Dalia Parenti, che ne so io di lei? Cazzo c’entro io con lei? In queste foto vedo una donna bella, ricca, forse anche felice. Di quelle persone che dal vero non incontro più, che mi fanno paura. Sono davvero poche le persone che incontro dal vero, ormai. Soltanto lo psichiatra, che sono costretto a vedere una volta a settimana per conservare il sussidio, e qualche volta Anna. Per il resto, vivo chiuso in due stanze e nel web.

Ogni contatto con il mondo passa attraverso il mio pc. Qualche volta scrivo, con nick sempre diversi. Racconto la mia storia, in certi siti web qualcuno mi crede, o forse finge di credermi. In altri mi danno del pazzo, del complottista, del truffatore. Così poi mi stanco e non racconto più niente. Vorrei smettere di pensarci, ma non è facile. Guardo molti video su YouTube, a volte cerco quelli di sesso, ma più spesso quelli di morte. Mi piacciono soprattutto i video degli incidenti stradali, sentire le urla prima dello schianto. Sapere che sono urla vere, non come quelle dei film. Oppure le morti in diretta, dei presentatori in tv, degli sportivi in campo, dei cantanti sul palco. Cerco il momento esatto in cui smettono di respirare. Dopo averla vista così da vicino, la morte in qualche modo mi manca. Sogno ancora di soffocare in quella vasca, sogno il dottor Albert che mi taglia le braccia e sogno le lucertole, tante lucertole, che corrono sui muri di casa e mi entrano nel letto.

Anna ha detto che scrivere in questo gruppo mi farà bene e forse ha ragione. Ho scelto apposta il nome di Wolverine, l’eroe indistruttibile che guarisce da tutte le ferite. Quello che dovevo diventare grazie al progetto Lizard. Ma il progetto è fallito, o forse non è stato vero niente, e davvero l’ho solo sognato. Forse sono solo pazzo e basta. È tanto che non ho una ragazza. Dalia Parenti. Sembra così normale e felice. Chissà se invece anche lei è ferita, come una lucertola tagliata a metà che vorrebbe rigenerarsi. Chissà se è vittima o carnefice, o entrambe le cose. E’ ora di scrivere il mio racconto.

 

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CAPITOLO 7

Dalia rimane per un attimo immobile, ad osservare la strada di luce che la luna piena dipinge sul lago. La bellezza della natura non la lascia indifferente, nemmeno se ha ben altro a cui pensare, nemmeno se ha paura. Cammina fino alla riva, con i sassi che le pungono la pianta dei piedi attraverso le suole. Sposta il peso sui talloni e si aggrappa a un albero per non cadere all’indietro, infila l’altra mano nella tasca dell’impermeabile e incontra il metallo freddo della lucertola-fermacarte. In quel punto però l’acqua è troppo bassa, deve salire più in alto, dove non c’è la ghiaia ma le rocce a picco sul lago e l’acqua è tanto alta che nemmeno di giorno e con il sole si vede il fondo.

Accende la torcia elettrica e si fa strada tra gli arbusti. L’acqua e l’erba si mischiano in un odore indefinito che le penetra a fondo le narici, mentre le orecchie captano nel silenzio della notte ogni scricchiolio, ogni fruscio di foglia, ogni verso di uccello o rombo di auto lontana. Ha i sensi acuiti di un animale braccato.

Ha deciso lei di liberarsi dell’arma. D’altra parte, Guido non è mai stato bravo a prendere decisioni. Tutto il contrario di Arturo, che invece aveva sempre voluto prenderle anche per lei. Ripensandoci, non l’aveva mai amato, Arturo. Era stata solo lusingata che un uomo simile, ricco, affermato e attraente, si interessasse a lei, ragazza di origini umili, volonterosa prima della classe figlia di operai, bella sì, ma come tante.

Aveva capito troppo tardi che Arturo l’aveva sposata contando sul fatto che la gratitudine si sarebbe trasformata in sottomissione. Come quel trasferimento nell’Europa dell’Est di cui le aveva parlato solo pochi giorni prima: un ulteriore avanzamento di carriera per lui, l’abbandono definitivo del lavoro, delle amicizie, di tutta la sua vita per lei.
D’altra parte, quante volte Arturo gliel’aveva detto… lascia perdere quel blog, non ci serve e ti prende troppo tempo. Pensa a darmi un figlio, piuttosto. E non perché avesse un vero e profondo desiderio di essere padre, o di esserlo con lei. Semplicemente perché tutti i suoi colleghi dirigenti avevano già almeno uno, se non due o tre figli: un ulteriore status sociale, come la macchina e la villa.

A che altro avrebbe dovuto servirgli, in fondo, una moglie più giovane? Non al sesso, che poco gli interessava, almeno con lei. Il desiderio che c’era stato tra loro si era esaurito dopo i primi mesi di matrimonio e dopo un po’ Dalia aveva dovuto ammettere, almeno a se stessa, la verità: in spregio a tutti i suoi principi di donna libera e indipendente l’aveva sposato per i soldi, lasciando nella disperazione un brav’uomo che la amava davvero.

Poi un anno dopo il matrimonio aveva conosciuto Guido, la passione vera, l’amore profondo che in un attimo riduce a pallidi ricordi tutte le storie precedenti.

Era rimasta subito colpita da quanto fosse diverso da Arturo. Per Arturo il lavoro significava soltanto soldi, soldi da trasformare in oggetti, persone comprese. Per Guido, significava passione, desiderio, amore. Amore per la conoscenza, per il progresso, per la natura, il sole, l’acqua, il vento, da trasformare in quell’energia vitale che sapeva trasmettere anche a lei, quando parlavano così come quando si amavano, che fosse in un albergo della periferia di Milano o tra le lenzuola di seta della villa sul lago.

Per Guido avrebbe lasciato tutto, se solo lui glielo avesse chiesto, ma non l’aveva ancora fatto. Aspettiamo, diceva. Non sarò mai ricco come tuo marito, devi pensarci bene prima di lasciare tutto per me, diceva.
Davvero Guido teneva a lei così tanto da sacrificarsi? O forse, come la maggior parte degli uomini, non riusciva a mettere nei sentimenti quella stessa forza che gli riusciva così facile nel lavoro? Così alla fine, già lo sapeva, la decisione aveva dovuto prenderla lei, anche se non si aspettava di certo che avvenisse in quel modo.

Spegne la torcia, la luce della luna ora è sufficiente. La lucertola-fermacarte nella tasca dell’impermeabile sbatte contro la sua coscia ad ogni passo, rassicurandola del fatto che è ancora lì. Pensa che c’é qualcosa di ironico nel fatto che Arturo sia stato ucciso con quell’orrendo soprammobile, trofeo ricevuto l’anno prima a una festa aziendale. Nome, cognome, data, dirigente dell’anno, c’era scritto sotto. Premio progetto Lizard. Che sarà mai? Arturo non le parlava mai del suo lavoro.

Liberarsi dell’arma è pericoloso, ma necessario: hanno lavato via le macchie di sangue, ma in caso di sospetti e perquisizioni gli strumenti della polizia le rivelerebbero di certo. D’altra parte, non e’ certo un sacrificio: ha sempre trovato quel coso a forma di lucertola orrendo e kitsch.

Dalia torna con la mente a due sere prima, nella sala da pranzo della villa, alle mani di Guido attorno alla sua vita, al sapore di quel bacio tenero, abbandonato, interrotto dalla voce sprezzante di Arturo… poi tutto così veloce da non sembrare neanche accaduto davvero. Ripensa alle mani di Arturo che la afferrano, al suo volto, di solito impassibile, sfigurato dalla rabbia, allo schiaffo, a Guido che si frappone a difenderla.

Poi, all’improvviso, tutto immobile. Arturo, steso sul tappeto, in una chiazza di sangue che si allargava sempre più, il viso contratto in piccoli spasmi incontrollati. Guido, attonito, inginocchiato vicino ad Arturo, che lo guardava e si guardava la mano, ancora stretta a pugno. E lei, ferma in piedi di fianco alla libreria, mentre la sua mano, quasi presa da una propria volontà, si posava su quell’oggetto appuntito di metallo, dimenticato da tempo sullo scaffale.

In un attimo aveva deciso. Doveva farlo per Guido, che si era messo in quel guaio per difenderla. Per loro due, per il loro amore. Guido era rimasto lì, immobile, inginocchiato vicino a lei, ad osservarla affondare più volte la testolina metallica e aguzza della lucertola nella gola di Arturo. Le aveva preso il braccio ad un certo punto, ma troppo debolmente per fermarla. Si era voltata per guardarlo negli occhi e ci aveva visto l’orrore, ma solo per un attimo, mentre finalmente la trascinava via. Poi solo amore e gratitudine. Pochi minuti dopo Arturo non respirava più, era del tutto immobile sul tappeto, e loro due erano abbracciati, di nuovo uniti, anzi molto più di prima. Ora erano uniti per sempre.

Era stato terribile, ma anche bello fare tutto insieme. Erano forti insieme, e intelligenti. Erano degni l’uno dell’altra.

Ripensa all’ultimo abbraccio, all’ultimo “ti amo”, prima che lui partisse per quel lungo viaggio in macchina. Avrebbe voluto restargli vicina, ma sarebbe stato un rischio troppo grande: da solo aveva più possibilità di non essere notato.

E sembrava andato tutto bene, fino all’apparizione di quello strano sito. Possibile che sia una coincidenza? No, qualcuno deve averli visti, e ora devono assolutamente scoprire chi, perché ora che hanno iniziato non possono più fermarsi. Chiunque sia, se avesse voluto denunciarli l’avrebbe già fatto, quindi di certo li vuole ricattare. Ma non è detto che abbia delle prove. Ora bisogna liberarsi dell’arma, poi risolveranno insieme anche quel problema.

Dalia arriva sulle rocce del lato est del lago e si spinge con prudenza fino a quelle più basse e scivolose. Deve trovare il punto giusto. Vede una fenditura tra due scogli appuntiti, che va in profondità dentro l’acqua, abbastanza sottile perché la lucertola ci passi attraverso, troppo sottile perché qualunque essere umano possa infilarvi anche solo una gamba. Estrae l’oggetto dalla tasca, ci pensa ancora un istante, poi lo lascia cadere. Il rettile metallico entra nell’acqua con un tonfo sordo, poi sparisce nelle profondità. Ora sei una lucertola acquatica, pensa Dalia. Si sente più leggera, le scappa un sorriso. Poi l’assalgono all’improvviso ricordi dimenticati.

Un quartiere popolare, un uomo che torna dal lavoro stanco, senza nulla da dire, una donna con gli occhi tristi che prepara da mangiare. Una bambina con le croste alle ginocchia, che ruba un coltello dal cassetto della cucina, prende uno spillone dalle tasche della madre e va a giocare sul retro. Un sasso che colpisce una lucertola e la tramortisce, la stessa lucertola, infilzata dallo spillone, che si dimena fino all’ultimo guizzo, poi resta immobile. Dalia ripensa a quel brivido alla schiena. Quel brivido dimenticato e mai più provato, fino a due giorni prima.

Giochi da bambina, crudeltà inconsapevoli, pensa. L’altro giorno no, era diverso. L’altro giorno era necessario. S’incammina verso la villa, il viaggio di ritorno le sembra molto più breve, come se insieme a quell’oggetto di neanche due chili si fosse liberata di pesi molto più grandi. Rientra, fa una doccia, si prepara qualcosa da mangiare. Aveva creduto, dopo l’omicidio, che le sarebbe stato insopportabile tornare in quella casa. Che sarebbe diventata un luogo spaventoso, dopo quegli avvenimenti. Invece no, e’ casa sua ora.

Si guarda nello specchio della camera da letto. Sono vedova, pensa. Non ci aveva mai pensato prima. Per lei le vedove erano sempre state solo parenti anziane o personaggi del cinema e dei romanzi. Sono vedova, pensa, giovane, bella e ricca.
Apre la finestra e respira profondamente l’aria fresca della notte, profumata d’erba e acqua. Guarda a est, là sotto, da qualche parte, tra le rocce, c’è la lucertola assassina. La immagina liberarsi del suo involucro di metallo, prendere vita, guizzare via. Poi guarda a ovest, dove la strada affianca il lago, dove le rocce sono ancora più alte e l’acqua ancora più profonda. Là sotto, da qualche parte, ancorato al fondo dai pesi, c’è Arturo. Di tutta la sua durezza, di tutto il suo potere, non resta più nulla.

Il lago alla luce della luna sembra immenso come il mare. Ma il lago non può essere come il mare, libero, impetuoso, che si prende le cose e se le porta al largo, le divora per sempre negli abissi oppure le fa riaffiorare lontano, dove nessuno sa più cosa siano né da dove vengano. Il lago è come lei, profondo, immobile, pieno di anfratti, e i suoi segreti se li tiene dentro, sul fondo, coperti da molti strati di calma apparente.

 

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CAPITOLO 6

Guido si era comportato come se fosse alle prese con un problema tecnico, in fondo era così, no? Disfarsi di un cadavere senza lasciare tracce, allontanare i sospetti, creare l’illusione di una fuga volontaria: in fondo era fattibile.
Fattibile, ho detto proprio così, ricordò, come quando parlo a un cliente. Far sparire un uomo, tutto sommato, è fattibile. E Dalia non si era ribellata, non aveva mai detto, che so, è mio marito questo qui, che abbiamo ammazzato in casa sua, voglio che almeno abbia un funerale, un posto col suo nome sopra, ora andiamo alla polizia e sia quel che deve essere. Che poi io non volevo certo ucciderlo, gli ho solo dato un pugno… e invece lei… ma era ancora lei, Dalia?

Mezz’ora dopo aver fatto il suo ingresso nella villa Arturo si trovava nell’armadio della camera da letto, strettamente avvolto nel tappeto insanguinato, mentre Guido, indossati i guanti che per fortuna aveva trovato in un cassetto della cucina, cercava qualcosa di pesante.
“Forse non dovevamo metterlo nell’armadio, dovevamo lasciarlo là, per terra, simulare una rapina…

“È tardi ormai, e poi la polizia non ci crederebbe, dobbiamo farlo sparire…nel lago…di sotto… di sotto c’è la sua palestra. I pesi. Ci sono i pesi”.

La voce di Dalia era opaca e monocorde, ma l’idea era buona. Fretta non ce n’era: bisognava comunque aspettare la notte.

Erano le tre e dieci di notte, per l’esattezza, quando avevano caricato Arturo sul sedile posteriore della sua auto e avevano percorso il breve tratto fino a un punto deserto della costiera.  Sporgendosi dal guard-rail si era direttamente a picco sull’acqua. I quaranta chili di zavorra aggiunti al peso di Arturo avevano fatto il resto: in un attimo, la superficie dell’acqua sotto la luce della lampada di emergenza era di nuovo immobile come se nulla l’avesse disturbata da secoli. Erano tornati in fretta alla villa, lui taciturno, lei che tremava febbrilmente.

Le ore fino all’alba erano state silenziose e terribili. Guido avrebbe voluto pensare alla morte di Arturo come a una disgrazia, qualcosa di non voluto, eppure la ferocia con cui Dalia si era accanita sul marito tingeva quella disgrazia dell’orrore dell’assassinio. Per sentirne meno il peso, Guido si era messo a scrivere tutto quello che avrebbero dovuto fare, una volta giunto il mattino; una trascuratezza poteva essere fatale. Dalia aveva finito per sederglisi accanto, commentando qua e là i suoi appunti, e la tensione si era un po’ allentata, era quasi come se stessero lavorando a un progetto comune.
L’alba era arrivata mentre finivano di cancellare le impronte di sangue. Dopo circa un’ora, lui era salito sull’auto di Arturo, dopo un abbraccio interminabile con Dalia.
“Ti amo” “Anch’io”, aveva mormorato lei, come se fosse l’unica possibile certezza. “Attento ai limiti di velocità”, gli aveva raccomandato mentre gli chiudeva lo sportello. Già. Non era il caso di farsi fermare dalla polizia.

La frontiera era a due passi, e Guido si era unito alla piccola carovana di auto che andavano a fare il pieno oltre confine. Il tempo di comprare la “vignetta” per l’autostrada, ovviamente in contanti, e pochi minuti dopo era giunto a Lugano, dove aveva deciso di lasciare l’auto al parcheggio della stazione ferroviaria. Forse sarebbe stato meglio arrivare fino a Bellinzona, dove erano gli uffici della casa farmaceutica per cui lavorava Arturo, ma non se la sentiva: le mani sul volante gli tremavano, e ogni volta che intravedeva un’auto della polizia gli sembrava che non gli staccassero gli occhi di dosso. In fondo, lasciare l’auto lì poteva far pensare che Arturo fosse partito spontaneamente per qualche motivo misterioso.

Il cellulare di Arturo, che Guido aveva lasciato nel cruscotto, avrebbe fatto pensare che il fuggitivo lo avesse abbandonato per non rischiare di essere rintracciato dalla Polizia. Niente vietava che Arturo ne avesse un altro, magari svizzero.
Alla macchina distributrice della stazione, Guido aveva comprato due biglietti: uno, il suo, per Milano. L’altro, con la carta di credito di Arturo conservata per quello scopo, per Berna. In un bar periferico di Milano, con Dalia, avevano poi ripercorso più volte ogni gesto di quella mattina, fino a convincersi di non aver commesso errori.

“No, ci ho ripensato mille volte, errori non ne abbiamo fatti. In macchina ho tenuto sempre i guanti, la carta di credito l’ho fatta a pezzi insieme al talloncino del parcheggio, a Milano per tornare a casa ho preso la metropolitana, in mezzo a mille persone che non avevano idea…”. Il giorno dopo era rimasto in casa, aveva preso qualcosa per dormire. Con Dalia comunicavano via chat, niente telefonate o sms. In faccia, l’aveva vista un paio di volte dalla webcam e faceva quasi fatica a riconoscerla, ma aveva un terribile desiderio di vederla davvero, di abbracciarla. Ma non era possibile.

E adesso, quei racconti. Penitenziagite! Fate penitenza.
Certo, lui e Dalia avevano un buon motivo per fare penitenza; erano in una situazione da tragedia greca, autori di un delitto sconosciuto se non agli Dèi… ma chi intendeva imporgliela, la penitenza? Chi c’era dietro agli pseudonimi degli autori dei racconti? O forse, pensò, era una sola persona che usava molti nomi, un maniaco della redenzione dei peccatori, un fustigatore di colpevoli impenitenti… oppure qualche vecchio nemico? E lui sì, ce l’aveva, un vecchio nemico.

 

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CAPITOLO 5

 

Nell’ufficio ormai non c’era più nessuno. Per fortuna i colleghi erano abituati a vedere Guido lavorare fino a ore assurde, alla ricerca di un’ispirazione. Per essere un ingegnere, aveva sempre lasciato uno spazio piuttosto ampio all’improvvisazione, amava sorprendere e sorprendersi con idee originali eppure perfettamente razionali. Stavolta, però, era diverso. Stavolta il filo gli era sfuggito, i frammenti del disegno non si ricomponevano e la forma nascosta delle cose affiorava distorta, proprio come in quel racconto.

Tutto era cominciato quando, circa sei mesi prima, aveva conosciuto Dalia. Una delle tante giornaliste-blogger che cercava di farsi notare e di fare qualche soldo con la pubblicità. Però brava, e preparata: non sono in molti a sapere abbastanza di edilizia a impatto zero da capire quanto sofisticata sia l’ingegneria che le sta dietro, o da arrivare fino a un’impresa come la sua e cercarlo per un’intervista. Nonostante il marito facoltoso, lei continuava a cercare la propria strada, e questo a Guido piaceva molto.

Si vedeva che era intelligente, Dalia, e attenta. E terribilmente triste. C’era come un’aura che la circondava e quasi la nascondeva, e lei usava la sua professionalità come uno schermo per contenere tutta quella tristezza. Ci era voluto del tempo per far emergere la forma nascosta, la donna che un matrimonio arido e un lavoro precario avevano soffocato, ma lui aveva saputo aver pazienza, e ne era valsa la pena: Dalia era meravigliosa, e quei pochi mesi erano stati i più belli della sua vita.

Fino a lunedì. La mattina, prima di arrivare al lavoro, era arrivata la solita chiamata dopo colazione. “Amore, ho una bellissima notizia: Arturo va in Svizzera per lavoro, abbiamo tre giorni tutti per noi. Che ne diresti di andare alla villa sul lago?” Detto fatto. Aveva avvertito in ufficio che sarebbe stato via un paio di giorni, aveva riempito la sua solita borsa, e nell’arco di un’ora l’auto guidata da Dalia lasciava Como per imboccare la strada costiera lungo cui sorgeva la villa, appena fuori del primo dei paesini del lungolago.

Guido e Dalia erano arrivati intorno alle due, e, dopo aver sistemato il poco che si erano portati dietro, si erano accomodati sul portico a mangiare i panini che lei aveva preparato. “Sembriamo due pensionati” “Pensionato sarai tu! Io non ho quasi mai avuto uno stipendio, quindi di pensione non se ne parla!” aveva ribattuto lei, ridendo e tirandogli contro il tovagliolo di carta.

Era andato tutto benissimo fin verso le nove, quando Dalia aveva sentito il rumore di un’auto che no, non poteva essere sulla provinciale. Avevano appena fatto in tempo ad alzarsi dal divano che Arturo era entrato, vestito da ufficio e parlando col tono di chi è abituato a essere ascoltato anche attraverso le porte: “…che ci fai qui? Io sono stato trattenuto fino a tardi in ufficio e ho pensato di fare tappa qui e andare a Bellinzona domattina…”. Appena entrato nel piccolo soggiorno, si era trovato a un passo da Guido e Dalia, senza che potessero far nulla per dissimulare la situazione.

Per un istante, erano rimasti come congelati, tutti e tre. Il primo a riprendersi era stato Arturo, che dopo aver posato delicatamente al suolo la borsa del computer, aveva colpito con un violento schiaffo Dalia facendola cadere sul tavolino davanti al divano, e poi si era rivolto verso Guido, ma un attimo troppo tardi: il pugno lo aveva colpito alla tempia, mandandolo ko sul tappeto. Dal capo di Arturo, finito contro la base di marmo del caminetto, si allargava sul tappeto una macchia di sangue. Guido era rimasto a guardare impietrito.

“Non è possibile” aveva pensato “queste cose non succedono davvero…”, e mentre stava per chinarsi e soccorrere il rivale, con la coda dell’occhio aveva visto Dalia avventarsi sul marito, impugnando qualcosa di allungato. Due, tre volte l’aveva colpito, prima che lui potesse tirarla via mentre urlava e scalciava, come un animale selvaggio sfuggito al guardiano: “Ti ammazzo! Ti ammazzo” piangeva rivolta ad Arturo, mentre Guido tentava di strapparle di mano l’oggetto insanguinato.

Erano rimasti a terra per un minuto, forse due, abbracciati e ansanti come dopo aver fatto l’amore, senza guardarsi. Dopo, era stato come un incubo.

 

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