Dalia rimane per un attimo immobile, ad osservare la strada di luce che la luna piena dipinge sul lago. La bellezza della natura non la lascia indifferente, nemmeno se ha ben altro a cui pensare, nemmeno se ha paura. Cammina fino alla riva, con i sassi che le pungono la pianta dei piedi attraverso le suole. Sposta il peso sui talloni e si aggrappa a un albero per non cadere all’indietro, infila l’altra mano nella tasca dell’impermeabile e incontra il metallo freddo della lucertola-fermacarte. In quel punto però l’acqua è troppo bassa, deve salire più in alto, dove non c’è la ghiaia ma le rocce a picco sul lago e l’acqua è tanto alta che nemmeno di giorno e con il sole si vede il fondo.

Accende la torcia elettrica e si fa strada tra gli arbusti. L’acqua e l’erba si mischiano in un odore indefinito che le penetra a fondo le narici, mentre le orecchie captano nel silenzio della notte ogni scricchiolio, ogni fruscio di foglia, ogni verso di uccello o rombo di auto lontana. Ha i sensi acuiti di un animale braccato.

Ha deciso lei di liberarsi dell’arma. D’altra parte, Guido non è mai stato bravo a prendere decisioni. Tutto il contrario di Arturo, che invece aveva sempre voluto prenderle anche per lei. Ripensandoci, non l’aveva mai amato, Arturo. Era stata solo lusingata che un uomo simile, ricco, affermato e attraente, si interessasse a lei, ragazza di origini umili, volonterosa prima della classe figlia di operai, bella sì, ma come tante.

Aveva capito troppo tardi che Arturo l’aveva sposata contando sul fatto che la gratitudine si sarebbe trasformata in sottomissione. Come quel trasferimento nell’Europa dell’Est di cui le aveva parlato solo pochi giorni prima: un ulteriore avanzamento di carriera per lui, l’abbandono definitivo del lavoro, delle amicizie, di tutta la sua vita per lei.
D’altra parte, quante volte Arturo gliel’aveva detto… lascia perdere quel blog, non ci serve e ti prende troppo tempo. Pensa a darmi un figlio, piuttosto. E non perché avesse un vero e profondo desiderio di essere padre, o di esserlo con lei. Semplicemente perché tutti i suoi colleghi dirigenti avevano già almeno uno, se non due o tre figli: un ulteriore status sociale, come la macchina e la villa.

A che altro avrebbe dovuto servirgli, in fondo, una moglie più giovane? Non al sesso, che poco gli interessava, almeno con lei. Il desiderio che c’era stato tra loro si era esaurito dopo i primi mesi di matrimonio e dopo un po’ Dalia aveva dovuto ammettere, almeno a se stessa, la verità: in spregio a tutti i suoi principi di donna libera e indipendente l’aveva sposato per i soldi, lasciando nella disperazione un brav’uomo che la amava davvero.

Poi un anno dopo il matrimonio aveva conosciuto Guido, la passione vera, l’amore profondo che in un attimo riduce a pallidi ricordi tutte le storie precedenti.

Era rimasta subito colpita da quanto fosse diverso da Arturo. Per Arturo il lavoro significava soltanto soldi, soldi da trasformare in oggetti, persone comprese. Per Guido, significava passione, desiderio, amore. Amore per la conoscenza, per il progresso, per la natura, il sole, l’acqua, il vento, da trasformare in quell’energia vitale che sapeva trasmettere anche a lei, quando parlavano così come quando si amavano, che fosse in un albergo della periferia di Milano o tra le lenzuola di seta della villa sul lago.

Per Guido avrebbe lasciato tutto, se solo lui glielo avesse chiesto, ma non l’aveva ancora fatto. Aspettiamo, diceva. Non sarò mai ricco come tuo marito, devi pensarci bene prima di lasciare tutto per me, diceva.
Davvero Guido teneva a lei così tanto da sacrificarsi? O forse, come la maggior parte degli uomini, non riusciva a mettere nei sentimenti quella stessa forza che gli riusciva così facile nel lavoro? Così alla fine, già lo sapeva, la decisione aveva dovuto prenderla lei, anche se non si aspettava di certo che avvenisse in quel modo.

Spegne la torcia, la luce della luna ora è sufficiente. La lucertola-fermacarte nella tasca dell’impermeabile sbatte contro la sua coscia ad ogni passo, rassicurandola del fatto che è ancora lì. Pensa che c’é qualcosa di ironico nel fatto che Arturo sia stato ucciso con quell’orrendo soprammobile, trofeo ricevuto l’anno prima a una festa aziendale. Nome, cognome, data, dirigente dell’anno, c’era scritto sotto. Premio progetto Lizard. Che sarà mai? Arturo non le parlava mai del suo lavoro.

Liberarsi dell’arma è pericoloso, ma necessario: hanno lavato via le macchie di sangue, ma in caso di sospetti e perquisizioni gli strumenti della polizia le rivelerebbero di certo. D’altra parte, non e’ certo un sacrificio: ha sempre trovato quel coso a forma di lucertola orrendo e kitsch.

Dalia torna con la mente a due sere prima, nella sala da pranzo della villa, alle mani di Guido attorno alla sua vita, al sapore di quel bacio tenero, abbandonato, interrotto dalla voce sprezzante di Arturo… poi tutto così veloce da non sembrare neanche accaduto davvero. Ripensa alle mani di Arturo che la afferrano, al suo volto, di solito impassibile, sfigurato dalla rabbia, allo schiaffo, a Guido che si frappone a difenderla.

Poi, all’improvviso, tutto immobile. Arturo, steso sul tappeto, in una chiazza di sangue che si allargava sempre più, il viso contratto in piccoli spasmi incontrollati. Guido, attonito, inginocchiato vicino ad Arturo, che lo guardava e si guardava la mano, ancora stretta a pugno. E lei, ferma in piedi di fianco alla libreria, mentre la sua mano, quasi presa da una propria volontà, si posava su quell’oggetto appuntito di metallo, dimenticato da tempo sullo scaffale.

In un attimo aveva deciso. Doveva farlo per Guido, che si era messo in quel guaio per difenderla. Per loro due, per il loro amore. Guido era rimasto lì, immobile, inginocchiato vicino a lei, ad osservarla affondare più volte la testolina metallica e aguzza della lucertola nella gola di Arturo. Le aveva preso il braccio ad un certo punto, ma troppo debolmente per fermarla. Si era voltata per guardarlo negli occhi e ci aveva visto l’orrore, ma solo per un attimo, mentre finalmente la trascinava via. Poi solo amore e gratitudine. Pochi minuti dopo Arturo non respirava più, era del tutto immobile sul tappeto, e loro due erano abbracciati, di nuovo uniti, anzi molto più di prima. Ora erano uniti per sempre.

Era stato terribile, ma anche bello fare tutto insieme. Erano forti insieme, e intelligenti. Erano degni l’uno dell’altra.

Ripensa all’ultimo abbraccio, all’ultimo “ti amo”, prima che lui partisse per quel lungo viaggio in macchina. Avrebbe voluto restargli vicina, ma sarebbe stato un rischio troppo grande: da solo aveva più possibilità di non essere notato.

E sembrava andato tutto bene, fino all’apparizione di quello strano sito. Possibile che sia una coincidenza? No, qualcuno deve averli visti, e ora devono assolutamente scoprire chi, perché ora che hanno iniziato non possono più fermarsi. Chiunque sia, se avesse voluto denunciarli l’avrebbe già fatto, quindi di certo li vuole ricattare. Ma non è detto che abbia delle prove. Ora bisogna liberarsi dell’arma, poi risolveranno insieme anche quel problema.

Dalia arriva sulle rocce del lato est del lago e si spinge con prudenza fino a quelle più basse e scivolose. Deve trovare il punto giusto. Vede una fenditura tra due scogli appuntiti, che va in profondità dentro l’acqua, abbastanza sottile perché la lucertola ci passi attraverso, troppo sottile perché qualunque essere umano possa infilarvi anche solo una gamba. Estrae l’oggetto dalla tasca, ci pensa ancora un istante, poi lo lascia cadere. Il rettile metallico entra nell’acqua con un tonfo sordo, poi sparisce nelle profondità. Ora sei una lucertola acquatica, pensa Dalia. Si sente più leggera, le scappa un sorriso. Poi l’assalgono all’improvviso ricordi dimenticati.

Un quartiere popolare, un uomo che torna dal lavoro stanco, senza nulla da dire, una donna con gli occhi tristi che prepara da mangiare. Una bambina con le croste alle ginocchia, che ruba un coltello dal cassetto della cucina, prende uno spillone dalle tasche della madre e va a giocare sul retro. Un sasso che colpisce una lucertola e la tramortisce, la stessa lucertola, infilzata dallo spillone, che si dimena fino all’ultimo guizzo, poi resta immobile. Dalia ripensa a quel brivido alla schiena. Quel brivido dimenticato e mai più provato, fino a due giorni prima.

Giochi da bambina, crudeltà inconsapevoli, pensa. L’altro giorno no, era diverso. L’altro giorno era necessario. S’incammina verso la villa, il viaggio di ritorno le sembra molto più breve, come se insieme a quell’oggetto di neanche due chili si fosse liberata di pesi molto più grandi. Rientra, fa una doccia, si prepara qualcosa da mangiare. Aveva creduto, dopo l’omicidio, che le sarebbe stato insopportabile tornare in quella casa. Che sarebbe diventata un luogo spaventoso, dopo quegli avvenimenti. Invece no, e’ casa sua ora.

Si guarda nello specchio della camera da letto. Sono vedova, pensa. Non ci aveva mai pensato prima. Per lei le vedove erano sempre state solo parenti anziane o personaggi del cinema e dei romanzi. Sono vedova, pensa, giovane, bella e ricca.
Apre la finestra e respira profondamente l’aria fresca della notte, profumata d’erba e acqua. Guarda a est, là sotto, da qualche parte, tra le rocce, c’è la lucertola assassina. La immagina liberarsi del suo involucro di metallo, prendere vita, guizzare via. Poi guarda a ovest, dove la strada affianca il lago, dove le rocce sono ancora più alte e l’acqua ancora più profonda. Là sotto, da qualche parte, ancorato al fondo dai pesi, c’è Arturo. Di tutta la sua durezza, di tutto il suo potere, non resta più nulla.

Il lago alla luce della luna sembra immenso come il mare. Ma il lago non può essere come il mare, libero, impetuoso, che si prende le cose e se le porta al largo, le divora per sempre negli abissi oppure le fa riaffiorare lontano, dove nessuno sa più cosa siano né da dove vengano. Il lago è come lei, profondo, immobile, pieno di anfratti, e i suoi segreti se li tiene dentro, sul fondo, coperti da molti strati di calma apparente.

 

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